giovedì 10 marzo 2022

Per l’8 Marzo un volantino dell’UDI di Palermo

Dato da donna a donna come un tempo, torna il Cognome Materno alla città

di Iole Natoli



Ringrazio l’UDI della mia città natale per aver voluto dare per titolo al volantino distribuito l’8 Marzo per le vie una mia frase, che mi è tanto cara da aver voluto farla comparire sulla home del mio blog sul Cognome materno.

Ancora di più sono grata per il richiamo a un nesso che ho sempre cercato di evidenziare ma che difficilmente viene recepito da altre e altri: quello tra la soppressione dell’identità della donna, operata mediante la sua esclusione “legale” dal cognome dei figli, e i femminicidi. Nesso che esiste, perché per sopprimere qualcuno non basta né il momento di rabbia né una generica propensione a delinquere. Si deve avere nella mente l’idea che quella persona non valga niente, non sia, non abbia collocazione difensiva nella società, non compaia, che sia cioè sopprimibile.

Ed è questo l’enorme torto e danno che una società, che tanto fatica ad allinearsi e al dettato costituzionale e alle legislazioni degli altri Paesi (nonché alla natura), continua a perpetrare nei confronti del genere femminile; una società a cui bisognerà che tutte le donne presentino il conto morale delle lesioni e offese ricevute. Senza ulteriori indugi.

 

 

10 marzo 2022
 

© Iole Natoli


domenica 6 marzo 2022

Un estratto da “Storia (infinita) del Doppio Cognome” di Adelaide Barigozzi per Elle… e il pensiero patriarcale imperante

 

Primi in questa Legislatura, perché in quella precedente una Proposta di Legge sul Cognome Materno ebbe a passare dallo stadio di percorso in girello, a piedini impacciati, al più avanzato di camminata in posizione eretta, sino a quello di passo sicuro con cui uscire baldanzosamente dalla Camera per bussare alla porta del Senato.

Lì un’improvvida colata di gesso ne fece un sordido calco per scultura, per poi precipitarla nel burrone delle aspiranti leggi decedute per sopravvenuta decadenza della Legislatura. Operazione perfettamente riuscita.

Esistono due sistemi differenti per bloccare quel che non si vuol fare giungere in Gazzetta. Il primo consiste nel dichiarare a tutto tondo un NO, anacronistico, fuori secolo, censurabile. Insostenibile non solo sul piano ideologico, ma perché grazie all’albero sempreverde del NO l’Italia ha già avuto dal tribunale CEDU una condanna e la Corte Costituzionale dal canto suo ha lasciato intendere di non poterne più di dover sollecitare un Parlamento, che ha nicchiato in maniera invereconda. Un NO chiaro da barbari, sicuramente incivile e tuttavia, nella sua stupidità, coraggioso.

Il secondo, che qualificherei come metodo “sporco”, consiste nel non esporsi direttamente ma nell’agire affinché una Proposta di Legge non possa giungere mai a destinazione. Ci si avvale allo scopo di sbarramenti, non dichiarati apertamente come tali ma gestiti in maniera più occulta, o mediante presentazioni tardive di proposte accompagnate dalle richieste – ma guarda un po’! - di rinvii, o con piogge di emendamenti inutili e infiniti.
È qualcosa che accade per tutti i provvedimenti che una parte del Parlamento non vuole e c’è il rischio che la ghigliottina delle leggi, mascherata da solerzia sociale, abbassi la sua mannaia anche sul Cognome materno a figli e figlie che preme per venire alla luce in questo scorcio di legislatura.

Passo ora all’estratto dell’inchiesta per la parte che direttamente mi riguarda.


Ottimista con qualche riserva - scrive Adelaide Barigozzi che nel suo testo cita anche la ministra Elena Bonetti e la giudice Daria de Pretis - si dichiara invece Iole Natoli, giornalista e attivista che della battaglia civile per il cognome materno ha fatto la passione di una vita da ben 43 anni. «Secondo me dopo l’ordinanza della Corte costituzionale, il Senato dovrà per forza intervenire», dice. «Il mio dubbio è un altro: poiché ci sarà senz’altro chi si opporrà, potrebbe succedere che la legge venga approvata in Senato all’ultimo minuto, così poi non ci sarà più tempo per la Camera».
Natoli gestisce il blog e gruppo Facebook Il cognome materno in Italia ed è la memoria storica di una vicenda che si trascina da troppi anni. «Quando alla nascita della prima figlia ho scoperto che per darle il mio cognome dovevo rivolgermi all’allora ministro di Grazia e giustizia, mi sono detta: “Ma come? L’ho partorita io e devo chiedere il permesso?”.


Interrompo lo stralcio dall’intervista per rilevare come un tale sconcerto misto a indignazione è la più naturale delle reazioni che la patrilinearità obbligatoria ha suscitato e suscita nelle donne. In proposito invito all’ascolto delle parole che Carla Bassu, docente associata di diritto pubblico comparato presso l’università di Sassari, ha pronunciato in occasione di un Convegno svoltosi l’8 novembre del 2021 nella sede del Senato.

 


Bassu, autrice tra l’altro del libro “L’identità anagrafica” edito nel 2021, narra di esser dovuta ricorrere anni fa insieme al marito a una pratica prefettizia, affinché la figlia potesse avere accanto al paterno il cognome della madre, “che è anche suo patrimonio”, rileva, “perché mia figlia è parte della mia identità e io sono parte dell’identità di mia figlia”. Una discriminazione nei confronti della donna, dichiara, da cui è stata profondamente ferita, esercitata tramite una procedura denominata cambio cognome “come se”, sottolinea acutamente, “il cognome naturale, giusto”, possa essere solo “il paterno”.

L’inconcepibilità di tale discriminazione, di un’evidente amputazione dell’identità lei l’ha avvertita nella sua interezza anche per via degli studi di giurisprudenza affrontati, per l’assimilazione di quei valori e principi di uguaglianza, rispetto e dignità della persona umana di cui la nostra carta costituzionale si è fatta portatrice nel lontano 1948. Nella sua testimonianza sentita ritrovo la mia stessa situazione, anche se nel mio caso gli studi non sono stati di giurisprudenza ma di filosofia e soprattutto di psicologia, sociologia e antropologia culturale. Il tema dell’identità mi era da anni tanto congeniale che fui io stessa a chiedere una tesi sulla “Crisi d’identità in E. H. Erikson”, di cui avevo apprezzato le opere.

Sono aspetti che molte persone non colgono. L’unità della persona, che vive come un tutt’uno la propria esperienza di vita – in questo caso di donna – e la formazione culturale che si è data, è spesso sottovalutata dai più. Invece tutto ciò agisce nella psiche e non solo a livello consapevole. Lavora incessantemente nell’inconscio. Crea fratture o meglio le riconosce ed esige che siano riparate.



In merito al mio articolo del giugno 1979 “La soppressione della donna nella struttura familiare” contenente la prima proposta in assoluto per il cognome materno nell’Italia repubblicana, centrata nello specifico sul doppio cognome, preciso che prima di me ci provò, non da saggista ma da deputato, Salvatore Morelli nel Regno d’Italia. Se la sua proposta fosse sufficientemente articolata o limitata a un semplice enunciato – per quanto strano possa apparire, una cosa del genere è accaduta in una delle legislature precedenti - non è dato saperlo. Non ci sono documenti in proposito nell’archivio del Parlamento, come ho verificato io stessa grazie alla collaborazione della Biblioteca del Senato a cui mi sono rivolta anni fa.
Torno adesso con un altro brano all’intervista avuta con Adelaide Barigozzi.


«Il cognome patrilineare è il burqa culturale delle donne: poggia su un’idea di possesso e prevaricazione da parte dell’uomo», continua l’attivista. «Ignorando fino a oggi i richiami della Consulta e le pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo, lo Stato ha permesso che si diffondesse un malefico messaggio che rende lecita la soppressione della donna nella struttura familiare». La posizione di Natoli, che ha presentato al Parlamento una petizione, è più drastica, rispetto ai Ddl. A suo parere, il figlio dovrebbe prendere innanzitutto il cognome della madre poiché è la prima persona con cui entra in relazione, in base al principio, da lei elaborato, della “prossimità neonatale”. «Perfino le proposte di legge usano un linguaggio patriarcale: tutte, nessuna esclusa, tra le opzioni possibili citano il cognome del padre sempre per primo», osserva. 


Già, perché la tradizione, unita al desiderio di non disturbare troppo il “nemico”, pena l’affossamento della legge, fa sì che il tanto conclamato ricorso al sacro ordine alfabetico, celebrato anche in tutte le Proposte presentate, venga meno non appena ci si accosta all’ordine familiare patriarcale, che ci è stato infilato nel cervello a viva forza. La famiglia è composta da “Padre, Madre e Figli”, tuona ancor oggi il più noto esponente della Lega, occultando in primo luogo il fatto che esistono vari tipi di famiglie, quella eterosessuale, quella omosessuale, quella di elezione costituita da “parenti” prescelti - ovvero non tali per vincoli di sangue - che ha già trovato legittimo ascolto in Germania e, ancora, quella che figli non intende farne ma che è ugualmente famiglia.

Non è l’unica dimenticanza che impera. La sequenza “Padre, Madre, Figli” con cui si descrive quella che si intende come “famiglia tradizionale” e che io chiamo “eterosessuale generativa” in quanto intende generare figli, nasconde spasmodicamente una differenza fondamentale. Madre e padre forniscono la metà del patrimonio genetico che avrà il figlio, apporto fin qui paritario, ma senza la madre che trasmette il DNA mitocondriale consentendo lo sviluppo del “concepito” (rarissimi i casi, che sarebbero stati scoperti di recente, di una trasmissione per via paterna), senza la madre che – sola - oltre a far ciò mette al mondo… non c’è padre generante che tenga.

Allora io propongo a TUTTE le donne di cominciare a cambiare il linguaggio. Non recitiamo più come una giaculatoria o una posta di rosario (oggi il leader della Lega m’ispira…) che la “famiglia eterosessuale generativa” (dunque, ripeto NON l’unica famiglia esistente) è composta da “Padre, Madre e Figli”, ma da “Madre, Padre e Prole”. Se la parola prole suona ostica allora diciamo “Madre, Padre, Figli e Figlie”, formula in cui la posposizione del genere femminile della prole trova la sua unica giustificazione possibile nel salvagente alfabetico, a cui si aggrappano con palpabile angoscia TUTTE le proposte di legge, quando scartano l’ipotesi più democratica del sorteggio - saggiamente adottata in Lussemburgo - nei casi di discordanza tra i genitori sulla sequenza da attribuire ai cognomi.

6 marzo 2022                                                                              Iole Natoli

mercoledì 23 febbraio 2022

Per il #CognomeMaterno a Figli e Figlie molteplicità di apporti e strategie

Cause, Proposte, Gruppi … e incomprensioni, per un progetto di trasformazione sociale

di Iole Natoli


 A dimostrazione del fatto che anche le donne possono non capire nulla di simbologie patriarcali e di pericolosi condizionamenti sotterranei esce su Il Tempo on line un attacco alla Ministra delle Pari opportunità, Elena Bonetti, affidato alla conduttrice e opinionista Hoara Borselli. Colpa della ministra sarebbe quella di aver pronunciato la frase «Ai figli il cognome della madre. Basta rinviare la libertà delle donne», in relazione alla proposta di legge per il cognome materno ai figli, in discussione alla commissione giustizia del Senato.
« Difficile, se non impossibile», chiosa Hoara Borselli che la riporta, «trovare un nesso logico tra l'attribuzione del cognome della madre ai figli e la conquista di libertà per le donne».

Peccato che la frase sia soltanto il titolo con cui Il Corriere presenta l’articolo di Maria Teresa Meli e che la ministra si limiti a dire, in relazione al cognome dei figli, che la «libertà di scelta è importante, mentre oggi c’è la prevalenza del cognome maschile». Peccato, dunque, che non abbia per nulla usato la parola libertà nell’accezione onnicomprensiva che le viene attribuita da Borselli.
E pensare che tutte le giornaliste e i giornalisti sanno che i titoli non li fa un'intervistata ma il o la caposervizio del settore di una data testata. Non ne è al corrente l'autrice del pezzo? O le è apparso poco praticabile l’astenersi dal gusto - spontaneo o suggerito - di confezionare qualcosa d’impreciso ma di facile impatto sul pubblico?

La motivazione più profonda probabilmente va individuata in quella cecità abitudinaria che si riscontra purtroppo in molte donne. Come ha scritto di recente la giornalista femminista Monica Lanfranco, «il cognome non è solo una scelta tecnica: è una questione di potere, visibilità sociale e autorevolezza, negata alle donne e dalle donne stesse spesso sottovalutata. Pensare che la lotta per il cognome materno, che forse in questo 2022 potrebbe diventare legge, grazie alla tenacia di molte attiviste (…), sia una questione secondaria significa non vedere il meccanismo omissivo, segregativo, cancellatorio, invisibilizzante delle madri».

Quelle donne che, invece, hanno sempre avuto una lucida consapevolezza del problema ringraziano sinceramente la ministra Bonetti, rilevando che è la prima volta che una donna di governo fa sua la loro causa e prova a supportarla con impegno.

Ringraziano anche tutte le parlamentari che negli anni hanno tentato di aprire una breccia nel muro dei NO senza riuscirci. Sono tante.
La lotta per il cognome materno, che a livello sociale e legislativo data dal 1979, si è sviluppata su diversi fronti: giornalistico, giudiziario, parlamentare, mediatico. Non ultimo da segnalare il fronte social, quello dei gruppi FB sul Cognome, nati per agevolare le donne - e talvolta anche gli uomini – nelle pratiche prefettizie da avviare per poter dare a figli e figlie, a nascita avvenuta, il cognome della madre.
È un contributo meno circoscritto di quanto si immagini, perché quei gruppi, al di là della loro consistenza numerica, sono diventati anche luoghi di discussione su progetti di legge e centri d’irradiazione dell’idea che abbattere la patrilinearità dei cognomi significa attaccare le radici della visione patriarcale della società.

Con la collaborazione di altre due amministratrici, ne conduco due anch’io, uno privato e, più di recente, anche uno pubblico. Prima di me, però, ci avevano pensato con successo Franco Perini e Francesca Manna, con il loro Libertà di scelta nella trasmissione del cognome ai figli. Perché allora ne ho aperto degli altri? Per una ragione molto semplice. Benché dopo la sentenza della CEDU del 2014 io abbia optato per una Proposta di legge che prevedesse anche la possibilità del cognome unico a scelta, redigendo nuove Petizioni la cui ultima è del 2018, all’epoca lavoravo invece per una legge sul doppio cognome obbligatorio. Mantenere separati i due orientamenti, dunque, era a quel tempo l’unica via praticabile. In ogni caso, tra questi gruppi ci sono sempre stati contatti frequenti, incrementatisi negli ultimi anni, com’è ovvio che accada quando si lavora con serietà e impegno per un obiettivo sociale comune.

Sarà la volta buona, la legge tanto attesa vedrà questa volta la luce? Lo si spera sinceramente da più parti. «Se questa legge non trovasse una fortissima ostilità, l'avrebbero approvata da tempo», ha scritto di recente Iole Granato, commentando su FB l’attacco alla ministra Bonetti. «Mi pare che certe reazioni negative sottolineino, piuttosto, la portata culturale di un cambiamento del genere».  Condividiamo in pieno il suo pensiero.

23 febbraio 2022
 

© Iole Natoli

domenica 13 febbraio 2022

Sei Proposte sul Cognome dei Figli in Seconda Commissione al Senato

“Eppur si muove!” Chi? Il Senato sul Cognome Materno

di Iole Natoli



Da una notizia pubblicata l’11 febbraio sul sito del Senato, apprendo con piacere e sollievo che martedì 15 febbraio alle 14,30 prenderà l’
avvio in 2a Commissione (Giustizia) l’esame in sede redigente delle Proposte di Legge sul Cognome dei Figli.
Le proposte in esame sono 6 (altre 3 giacciono alla Camera). L’ultima arrivata, di cui avevo accennato nel penultimo post senza averla però analizzata, è quella della Senatrice Loredana De Petris, comunicata alla Presidenza il 22 giugno del 2021 ma annunciata e assegnata alla Commissione suddetta solo l’8 febbraio del 2022.
Riferirà sulle 6 Proposte il senatore Urraro.

Rinviando per le altre 5 Proposte senatoriali all’analisi condotta in un post ancor meno recente, esamino adesso brevemente quali sono i punti salienti del DdL 2293, che ha per prima firmataria De Petris (Gruppo Misto).

Nella Proposta, viene eliminato l’obbrobrio del 143bis c.c., per cui ancor oggi la moglie aggiunge al proprio il cognome del marito. Ciascun coniuge si tiene il proprio (come logica vuole e per più di una ragione). 

Come già in altre Proposte in esame, è data ai genitori libertà di scelta nell’attribuzione del cognome, che potrà essere dunque quello del padre, o quello della madre, o il cognome di entrambi in un ordine concordato dai genitori. In caso di disaccordo tra gli stessi, sarà assegnato il cognome di entrambi in ordine alfabetico.

Nessun vincolo posto alla scelta di ciascun genitore che abbia già due cognomi su quale dei suoi attribuire al figlio; solamente un limite numerico, ovvero non più di un cognome a testa.

Infine, si semplifica la vita dei figli già maggiorenni che vogliano aggiungere all’unico cognome ricevuto alla nascita quello dell’altro genitore.  Basterà una dichiarazione “resa personalmente o con comunicazione scritta con sottoscrizione autenticata, all’ufficiale dello stato civile”,  per ottenere la modifica desiderata senza dover più presentare istanza al Prefetto.

Bene. Benché la mia idea personale sia diversa su alcuni punti, come ho ribadito più volte ed esposto in una mia Petizione, direi che se ci si muove in fretta si può riuscire a varare una Legge sufficientemente buona entro questa Legislatura.
Le 6 Proposte da discutere hanno così tanti punti in comune e così poche differenze da consentire di raggiungere a razzo la Luna.  Figuriamoci una Gazzetta Ufficiale.

13 febbraio 2022
 

© Iole Natoli

lunedì 22 novembre 2021

Il COGNOME MATERNO ALLA PROVA DEI FATTI - Lettera aperta alla Ministra Bonetti, alla Presidente del Senato, al Presidente della Camera e ai Presidenti delle due Commissioni Giustizia

Altro che forcipe, per questo travaglio di parto!

 

 

di Iole Natoli



 

Non son bastate fin qui ben 10 legislature (dall’VIII alla XVII, con esclusione di quella in corso), perché una qualsiasi legge sul cognome materno venisse approvata.


Dobbiamo fare il conto delle Proposte Legislative? Basta spulciare il sito del Parlamento, una Legislatura dopo l’altra, per trovarne un buon numero. Delle Petizioni? Anche qui ce ne sono diverse, con intere proposte di Iole Natoli (la più recente è del 2018), con richieste di emendamenti ancora di Natoli e con solleciti per un’approvazione. Tra queste ultime spicca quella di Laura Cima, sia per le oceaniche adesioni di pubblico, sia perché si tratta di un’ex parlamentare che in due delle Legislature precedenti aveva presentato una sua Proposta di Legge, “ovviamente” nemmeno discussa.

Ma c’è dell’altro. Ci sono scritti che datano dal 1979, lettere aperte a Parlamentari e Ministre, Conferenze, Incontri virtuali e reali, Convegni organizzati da differenti Reti e Associazioni. 

Dal 1979-80 in effetti qualcosa è cambiato. La stampa - che si era accesa solo in occasione di cause eclatanti (la prima fu proprio di Natoli) e di sentenze storiche, quella della Corte CEDU del 2014 (caso Cusan e Fazzo) e quella della Consulta del 2016 - la stampa, si diceva, e i vari media si sono FINALMENTE scatenati. Del cognome materno si legge adesso dovunque.

Rendiamo atto dello sforzo compiuto a tutte e tutti coloro che si sono spesi nel tempo, in un modo o nell’altro, anche con gruppi social sul tema, e in particolare oggi alla Ministra Elena Bonetti, mossa dal chiaro intento di “portare a casa” un risultato entro questa Legislatura.

Quel che si porterà a casa, però, non è dato sapere per intero. Ci vorrà un testo unificato varato da una delle due Commissioni Giustizia (Camera e Senato), per scoprire cosa delle varie proposte sarà stato accolto e cosa, invece, sarà rimasto fuori della porta.

Proprio perché ancora questo testo unificato non c’è, ci sembra utile prima di riferirci a un articolo specifico del fac-simile di una Proposta di Legge contenuta nella Petizione Natoli del 2018, ovvero l’art. 5, soffermarci sulla nostra Costituzione.

La Costituzione italiana non è un manuale di precettistica. Non è il Bignami delle leggi italiane. La Carta costituzionale offre ed espone una concezione organica, declinata attraverso i suoi articoli ed è stato ricordato anche di recente dal Presidente della Corte Costituzionale, Giancarlo Coraggio, che nessun articolo di essa può avere preminenza sugli altri. E allora ci soffermiamo non solo sugli artt. 3 e 29, ma anche sugli artt. 10 e 80.

Tra i trattati e le Convenzioni internazionali che l’Italia ha sottoscritto esiste anche la CEDU, ovvero la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che più propriamente e democraticamente è definita in altri Stati “dei Diritti umani”.

L’organo di tutela di tale Convenzione è la Corte CEDU, Tribunale che ha sede a Strasburgo, quello stesso che ha segnato con la sentenza n. 7 del 2014 lo spartiacque in terra italiana nella questione del Cognome. Da allora esiste infatti un prima e un dopo, quanto meno nelle argomentazioni giuridiche. Anche la sentenza della Consulta del 2016 deriva sostanzialmente da lì.

Non sarà dunque inappropriato esaminare  alcune considerazioni in merito al principio di NON discriminazione nell'interpretazione della CEDU, di Carmelo Danisi, oggi Professore a contratto del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna. Da un suo scritto pubblicato su forumcostituzionale.it, stralcio quanto segue:

«Per quanto riguarda la disposizione della CEDU, centrale è l’affermazione secondo cui il contenuto dell’articolo 14 CEDU non ha carattere sostanziale: esso si applica unicamente in combinato agli altri diritti sanciti nella Convenzione. Ciò è stato ripetuto innumerevoli volte dalla Corte di Strasburgo nelle sue sentenze». Ancora: «Non discriminazione e CEDU: l’art. 14 e i suoi limiti. Il principio di non discriminazione è diffusamente riconosciuto come manifestazione del più generale principio di eguaglianza. Sulla base di quest’ultimo, situazioni simili devono essere trattate in modo uguale mentre situazioni diverse in modo differente. In caso contrario, e in assenza di ragionevoli giustificazioni, il trattamento deve considerarsi discriminatorio. Tali principi rappresentano elementi fondamentali della normativa internazionale relativa ai diritti umani».

Ora, se "situazioni simili devono essere trattate in modo uguale mentre situazioni diverse in modo differente", allora appare vero anche l'inverso e TUTTE LE PROPOSTE che pretendano di ignorare la diversità tra la donna e l'uomo, in rapporto alla generazione dei figli su cui si fonda il concetto stesso di genitorialità, SONO nei fatti DISCRIMINATORIE nei confronti delle donne. in quanto non rispettano, né considerano minimamente, l’assoluta diversità della situazione femminile e del figlio/a in rapporto a questa.

Torniamo adesso all’art. 5 della Petizione Natoli già citata.
«In conseguenza del tempo in cui viene effettuata la registrazione anagrafica legata all’evento della nascita, l’ordine dei cognomi è attribuito per prossimità neonatale. Prevede pertanto in prima posizione il materno, salvo diversa indicazione concorde presentata all'Ufficiale di Stato civile da entrambi i genitori. Ove la richiesta di ordine diverso da quello derivante dalla prossimità neonatale sia presentata da un genitore soltanto, l'Ufficiale di Stato civile attribuirà i due cognomi nell’ordine risultante dal sorteggio».

Solo chi fosse affetto da cecità conclamata potrebbe sostenere che tale articolo celi o comunque contenga una qualche forma di discriminazione. Non prevede infatti una obbligatorietà della priorità da assegnare al cognome materno. Al contrario, presenta un perfetto bilanciamento dei diritti, garantito sia dalla possibilità della modifica concordata dai partner, sia dall'intervento improntato all'uguaglianza bipartisan da parte dell'Ufficiale di Stato civile in caso di disaccordo dei genitori. Esiste dunque una PARITÀ ASSOLUTA, pur nel riconoscimento della specifica relazione madre-figlio al momento della nascita e in tutta la prima fase successiva.

Ma se non c’è l’obbligo a che serve la formula? Tanto vale scavalcare la diversità e amen, qualcuno potrebbe pensare. E invece no, non è per niente così. In questo caso non si può partire dal diritto esercitato dall’uomo per allargarlo alle donne, perché in questo caso c’è qualcosa di molto diverso da ciò che ha caratterizzato la discriminazione ai danni del genere femminile sul lavoro, sull’equa retribuzione, sull’accesso alle carriere e su altro.

Mentre negli esempi elencati ci siamo trovati storicamente SOLO dinanzi a un’esclusione della donna da compiti e ruoli che venivano pertanto esercitati unicamente dagli uomini, nel caso del cognome dei figli ci troviamo NON davanti a un’esclusione delle donne ma a un utlizzo delle stesse accompagnato da una SOTTRAZIONE, dato che l’identità dei figli - che è stata poi definita attraverso il cognome - era originariamente e altrettanto ovviamente legata al clan matriarcale e dunque alle donne, in quanto uniche ospitanti dello zigote (ovulo fecondato), uniche collaboratrici al suo sviluppo tramite la gravidanza, uniche “attrici” della messa al mondo del figlio.

In sostanza, non è stato proibito alle donne di figliare, come di lavorare o di accedere a carriere di prestigio, ma di far riconoscere il legame diretto, che non ha un uguale corrispettivo nella parte maschile, tra il figlio generato e la madre. È stato e continua ad essere un furto non soltanto nei confronti della madre ma anche nei confronti della figlia e del figlio, ai quali il concetto di parità – che in questo caso appare riduttivo - non rende adeguata giustizia.

Non soltanto i numerosissimi femminicidi ma anche le frequenti uccisioni dei figli, quasi sempre per mano maschile, testimoniano di un cancro che fagocita le persone, in primo luogo le vittime ma anche gli autori di questi delitti, condizionati dall’aver introiettato il concetto di PROPRIETÀ della donna e dei figli. Il patriarcato ha voluto spezzare il naturale rapporto figli-madri, ha voluto farlo rimuovere dalla mente dei figli con la formula della patrilinearità.

Ora, una legge che si limitasse a introdurre il cognome materno fin qui assente - o, se presente, subordinato al consenso paterno ovvero paradossalmente al consenso di chi NON ha messo al mondo il figlio - è insufficiente per agire nel profondo delle coscienze.

Occorre qualcosa di più, occorre insegnare a RICORDARE, a NON RIMUOVERE, a conservare l’immagine di quel legame affinché gli uomini possano riconoscerlo e rispettarlo anche quando, con legame coniugale o meno, si uniranno a una donna per poter generare dei figli. I figli non sono proprietà. I figli hanno dei diritti e tra questi diritti hanno quello di poter crescere in una società sana, che non faccia della rimozione affettiva, giuridicamente programmata, la sua regola.

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Aderiscono: Angela Bottari, Laura Cima, Eliana Rasera, Roberta Ravello, Laura Moschini, Francesca Dragotto, Nadia Gambilongo, Ilaria Moroni, Daniela Cassini, Edvige Ricci, Antonia Romano, Maria Francesca Lucanto.
Aderiscono dopo l'invio della Lettera: Lorella Marini, Paola Moggi, Gabriella Taddeo.

In qualità di membri dei Gruppi FB “IL COGNOME MATERNO IN ITALIA - Procedure prefettizie e anagrafiche”, "NEL COGNOME DELLA MADRE E/O DEL PADRE e Abolizione del 143bis" e di altri Gruppi non solo sul Cognome
aderiscono:

Frida Bertolini, Federica Cagnolati, Roberta Cordaro, Iole Granato, Fabiana Montemurri, Marina Petrucci, Sara Maccioni, Davide Fiorucci, Erica Villa, Jessica Maria Rita Franchi, Marisol Pascucci, Nathalie Pellegrini, Enza Turrisi, Cinzia Ciriotti, Sandra Amorelli, Roberta Fumagalli.

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RIFERIMENTI

20 giugno 2021
Cognome Materno alla nascita e ordine dei cognomi
LETTERA aperta alla Ministra Lamorgese e alle Ministre Cartabia e Bonetti
https://ilcognomematernoinitalia.blogspot.com/2021/06/cognome-materno-alla-nascita-lettera_20.html

28 marzo/2021
Noi Rete Donne

DOPPIO COGNOME A FIGLI E FIGLIE. Una rivoluzione culturale e non questione di sola parità - dal sito NOIDONNE.org
https://www.noidonne.org/articoli/doppio-cognome-a-figli-e-figlie-una-rivoluzione-culturale-e-non-questione-di-sola-parit.php

9 novembre 2019
Cognome Materno - Lettera aperta al Presidente Conte e alle Ministre Dadone e Bonetti
https://ilcognomematernoinitalia.blogspot.com/2019/11/cognome-materno-lettera-aperta-al.html

19 febbraio 2021
Provvedimenti per il Cognome dei Figli / LETTERA APERTA alle MINISTRE del Governo Draghi
https://ilcognomematernoinitalia.blogspot.com/2021/02/provvedimenti-per-il-cognome-dei-figli.html

14 gennaio 2018
Petizione a Camera e Senato di Iole Natoli
Disposizioni sul Nome della Persona e sul Cognome dei Coniugi e dei Figli
https://www.change.org/p/disposizioni-sul-nome-della-persona-e-sul-cognome-dei-coniugi-e-dei-figli

12 febbraio 2014
Petizione al Parlamento di Laura Cima
Chiediamo che la legge sul cognome sia approvata!
https://www.change.org/p/la-legge-sul-cognome-materno-deve-essere-approvata

 

Data non rilevabile
Carmelo Danisi
Il principio di non discriminazione dalla CEDU alla Carta di Nizza: il caso dell’orientamento sessuale
https://www.forumcostituzionale.it/wordpress/images/stories/pdf/documenti_forum/paper/0154_danisi.pdf

NOTA successiva. La Lettera è stata inviata ai destinatari per mail Martedì 23 novembre 2021.

22 novembre 2021

© Iole Natoli